
Inception. Innesto. Iniezione. Insetto. Quindi, parassita. Crea la sua radice per non staccarsi più. La stessa sensazione che si prova una volta usciti dalla sala dove è stato proiettato il suddetto film. Inception. Ebbene sì, proprio lui. Un film che non ti abbandonerà più, non sarà facile per nessuno liberarsi delle sue immagini, di quella potenza visionaria che probabilmente non ha eguali nella storia del cinema.
Costruzioni di scenografie mirabolanti, trucchi ed inseguimenti mozzafiato, sparatorie ed esplosioni di una credibilità unica, una tempesta di neve, specchi nel bel mezzo di un ponte, strutture rotanti con all’interno il peso della gravità. Cose mai viste, perché reali nel loro modo di porsi surreali. Nessun effetto digitale, eccezion fatta che per alcuni inevitabili ritocchi scenografici.
Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) è un abile ladro di idee segregate all’interno di sogni, con qualche problema legato ai ricordi di sua moglie (Marion Cotillard), che non cessa di tormentarlo perché custode di un segreto. Dom è un must nello spionaggio industriale ed ha una missione da compiere, l’ultima spiaggia che potrebbe condurlo dai propri figli, atto impedito perché accusato di omicidio nel suo Paese. Deve riuscire a fare il contrario, innestare un’idea e forma, quindi, un team di esperti che lo faciliteranno in un compito pieno di rischi per lui. Il lavoro di Cobb somiglierà a quello di un regista alla ricerca di validi collaboratori, affidabili ed esperti del settore, suggeriti dall’anziano mentore uomo-guida (di nuovo Michael Caine, spalla-certezza). Costruiranno tre livelli, grazie soprattutto all’architetto dei sogni Ariadne (Ellen Page), una giovane curiosa che imparerà e capirà in fretta, oltre i quali non dovranno scendere poiché vi è il limbo, il punto di non ritorno. E li costruiranno anche grazie all’aiuto di Yusuf (Dileep Rao), un chimico inventore di un siero potentissimo per far addormentare il sognatore, di Eames (Tom Hardy), un magnifico falsario, di Arthur (Joseph Gordon-Levitt), la spalla ideale, lo stratega attiva-disattiva sogno. Il gruppo-troupe dovrà innestare la nuova idea nella mente di Robert Fischer (Cillian Murphy), figlio di un uomo potente ma malato e vicino alla morte, capo di un impero multinazionale destinato ad essere ereditato dal figlio, e che Saito (Ken Watanabe) vuole a tutti i costi impedire per farsi spazio con il suo, e da lui nasce infatti la rischiosa missione per Cobb. I piani si complicheranno poiché Dom confonderà i sogni con i ricordi personali e in quanto Robert Fischer, manipolato dal team per poter giungere alla chiusura della missione, e terrorizzato dai differenti livelli del sogno ognuno con le proprie caratteristiche, lascerà che il suo subconscio generi proiezioni della propria mente che si riveleranno nemici agguerriti per il geniale team. New York, Parigi, Tokyo, Mombasa, Tangeri, un continuo spostarsi in luoghi contrapposti, da cui ricavare la speranza di un avvenire, e dove nidificare i frammenti sparsi di una vita che ha lasciato in Cobb un grande senso di colpa, impossibile da cancellare.
Christopher Nolan entra definitivamente nel limbo dei maestri con questo impressionante capolavoro. Come ammesso da lui stesso, ci sono le ispirazioni (il Kubrick di 2001, il Resnais di Hiroshima, Marienbad ma soprattutto Providence che è freudiano tanto quanto Inception, Blade Runner in parte a livello scenografico), i riferimenti (il Michael Mann di Heat e Collateral, nella sua caratteristica più elegantemente spettacolare), alcune citazioni (una spruzzata di James Bond a margine come idea d’intrigo internazionale alla Hitchcock, con qualche ammiccamento nei dialoghi ai film della serie, per quel che riguarda l’ironia caratteristica del personaggio di 007), e un omaggio generale ai classici della rapina, di passione cinefila.
Si è parlato di altre influenze nelle altre arti, si è parlato di Magritte per la pittura, di Escher per le costruzioni scenografiche delle scale interminabili, ma come ha anche anticipato Nolan, vi è soprattutto l’influenza del genio letterario del poeta argentino Jorge Luis Borges. Borges parlava di una sfera rotante e cangiante del diametro di 2 o 3 centimetri, apparsa su una scala ad uno dei personaggi del racconto de l’Aleph, insieme a dei specchi presenti in un labirinto, alla disperazione del minotauro intrappolato all’interno, e citava Arianna e il suo filo, quel filo conduttore che lega tutta la vicenda, puntellata da una sceneggiatura che spiega tutto in maniera consapevole della sua scientificità ma in un modo del tutto scorrevole, senza un attimo di sosta, con dialoghi perfetti. Borges diceva che l’Aleph era uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti. Il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della Terra, visti da tutti gli angoli.
Vi è una sfera che non cessa mai di volteggiare nel film, oggetto custode di segreti inconfessabili, simbolo e strumento di un’illusione. Vi è contenuto lo spazio cosmico.
5 minuti in un sogno sono come un’ora trascorsa nella vita reale. Questa vita reale è possibile che sia soltanto una mera proiezione della nostra immaginazione e per questo irreale?.
I momenti melò sono dosati nella giusta maniera, condensati in brevi ellissi emozionali, come nel geniale Memento o nell’ottimo Insomnia.
Un’idea che si era installata nella mente del regista sin da quando aveva 16 anni, è cresciuta nel periodo universitario degli studi letterari, e si è sviluppata nel corso di questi ultimi dieci anni, ed infine si è realizzata grazie al grande successo del mastodontico, pur se discontinuo e in quel caso con qualche minuto di troppo, The Dark Knight. Successo già surclassato in tutto il mondo, ora, da Inception.
Lo aiutano nell’impresa Hans Zimmer su tutti, con una colonna sonora invadente, insinuante, magnifica; il solito efficace collaboratore alla fotografia Wally Pfister con tutto il reparto tecnico; e le grandi interpretazioni di tutto il cast, che ha dato credibilità a dei personaggi e ad una storia che sarebbe potuta sembrare inverosimile e che invece acquista il giusto mix di divertimento e cerebralità distesa; ennesima conferma di un equilibrato ed intenso Leonardo Di Caprio, una stregante Marion Cotillard, un’adorabile Ellen Page, e soprattutto, due sorprese emergenti, Joseph Gordon-Levitt e Tomas Hardy, senza dimenticare il conturbante Cillian Murphy.
E se fossimo finiti in un limbo senza via d’uscita?. Possibile ci si cada memori di ciò.
Dopo questa eterna visione, tutti gli altri film sembreranno più vecchi.
Lui va oltre, va oltre tutti i riferimenti e le inevitabili influenze. E come un parassita ci si è installato nella mente per non lasciarla più, perché quella è la sua scena del crimine.
Ci ha innestato un’idea bruciante, devastante.
L’idea del meccanismo dell’amore e della modificazione della morte.
Sublime.
A cura di Federico Mattioni




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